La mia prefazione al libro “La gabbia di azulejos” di A. Allori

La mia prefazione al libro “La gabbia di azulejos” di A. Allori

La mia prefazione al libro “La gabbia di azulejos” di A. Allori

Ormai sono passati vent'anni dalla mia prima volta nella capitale più occidentale d´Europa. La luce che rifletteva sfavillante nelle acque del Tago e sulla pietra bianca della Piazza del Commercio, il senso indefinito di apertura oltre il Ponte 25 di Aprile come promessa imminente di Oceano Atlantico, il respiro dantesco del Molo delle Colonne… Fu letteralmente amore a prima vista. Ed in quel momento ebbi la certezza che in futuro sarei tornato a Lisbona, non di passaggio, ma per vivere.
Tuttavia, dalla fine della mia esperienza Erasmus a Coimbra al ritorno definitivo in Portogallo, passarono ancora alcuni anni caratterizzati da un vivace ed irrequieto errare tra Toscana ed Europa centrale. Spesso sognavo Lisbona: mi ritrovavo sul molo fuori dalla Stazione Fluviale del Terreiro do Paco, l'orologio in alto con la scritta "Lisboa" era senza lancette, intorno a me non c'era nessuno ed una luce di argento sfolgorante penetrava nelle grandi vetrate del bianco edificio in stile modernista, io entravo dalla porta principale in una grande sala di imponenti colonne di marmo, quando, ad un certo punto, innescate dalla luce straordinaria, le fantasie astratte e floreali degli azulejos che decoravano le pareti interne della sala cominciavano a mettersi moto e rapidamente tutto ciò che era visibile, dentro e fuori di me, diveniva un incessante mantra visuale, un loop di luce e ricami dorati d'ispirazione araba, ed io mi sentivo in un limbo di gioia ed inquietudine, nascita e morte, claustrofobia ed infine bellezza ed infinito.
"D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere."
"Le Città Invisibili"
Anche la Lisbona contemporanea, dove si svolgono le vicende di questo libro narrate dall'amico e conterraneo Alessandro (ci siamo conosciuti proprio a Lisbona), non è esente da questa dialettica della sospensione. Qui a Lisbona finisce il 25 aprile del 1974 la dittatura fascista più lunga d'Europa (l'Estado Novo di Salazar e Caetano 1926-74) e l'Impero Coloniale con la Rivoluzione dei Garofani. Gli eventi del 1974 sono passati solo da 50 anni e quel clima utopico e poetico scaturito dai capitani rivoluzionari di sinistra - nel quale si avvertiva che "tutto era possibile, ma non si sapeva esattamente cosa" a parte la promessa futura di costruire una Società più giusta ed un Portogallo fondato sull'uguaglianza civile e sociale - seppur a fatica, permeano ancora l'atmosfera culturale della capitale lusitana. Fino a circa dieci anni fa per un "emigrante di serie A" (p.ex una persona della "generazione Erasmus" in cerca di lavoro in una multinazionale in una città europea), l'impatto di arrivare a Lisbona, almeno all'inizio, coincideva spesso con un'esperienza molto positiva (gli stipendi allora potevano consentire una vita vivace e più o meno dignitosa, il costo delle degli affitti e delle case non era ancora esploso alle stelle): alla possibilità di vivere in quella città dai ritmi lenti come se fosse un paesone accogliente, sporco e genuino, con i suoi bar e personaggi tipici che si muovono sotto l'auge di una malinconica e scanzonata poetica della decadenza (in qualche modo era ancora la Lisbona dei film di Wenders e Tanner e del libro Requiem di Tabucchi, per lo meno dalla prospettiva romantica ed un po' esotica di noi "stranieri"), si accompagnava l'opportunità di immergersi pienamente nella dimensione monumentale, internazionale e multiculturale (a causa soprattutto della presenza massiccia delle persone di origine africane e brasiliane, cioè ex-colonie portoghesi) di una delle capitali più antiche d'Europa, qui nell'estrema periferia occidentale di quello che fu il Mondo Antico e Medievale. Una meravigliosa sospensione tra il livello pittoresco e quotidiano delle identità dei quartieri popolari a quello dell'ampio respiro globale. La crisi finanziaria del 2008, la violenta austerità imposta dalla Troika dal 2011 al 2014, l'esigenza di attrarre grandi capitali esteri (Visto Gold fino al 2023 per i pensionati stranieri), il turismo di massa ed il fenomeno della gentrificazione ancora in atto, la pandemia: non è scomparsa del tutto quella Lisbona che ha fatto innamorare molti della mia generazione e del mio contesto socio-culturale (anche il nostro arrivo ha contribuito ovviamente a cambiare i connotati di questo luogo, nel libro qui presentato emergeranno anche gli aspetti contraddittori di questo tema), ma i recenti e repentini cambiamenti politici ed economici a propulsione capitalistica senza freni hanno esacerbato la frattura tra "centro e periferia" (cioè si sono acuite le differenze di classe) e hanno sconvolto ulteriormente il tessuto sociale-antropologico portoghese, gli scheletri del razzismo nascosti negli armadi di un ex Impero Coloniale (che da Lisbona arrivava fino a Macau in Cina) sono stati riaperti e riportati alla luce dai venti forti del populismo neo-fascista.
Lisboa Gare
Luca, il protagonista della "La gabbia di Azulejos", è il risultato socio-antropologico di queste profonde agitazioni globali (soprattutto del 2008-2014), ma, allo stesso tempo, in quanto migrante non di "ultima classe", ha l'opportunità di poter trasformare un periodo difficile di crisi, anche personale, in una fuga dagli schemi abituali e mortiferi della sua vita nel nord-Italia attraverso un'esperienza vitale ed un po' sgangherata di autoconoscenza nella capitale portoghese.
Portugal Azulejos
All'interno delle scatole cinesi di cui è costituito questo dispositivo meta narrativo, troviamo amori difficili, conflitti di classe, desiderio, entusiasmo, dubbi, inquietudine e, soprattutto, si pongono domande. Siamo prodotti della Crisi in tutto e per tutto, oppure la Crisi stessa è in parte la scusa di rimandare ad infinitum un reale e maturo progetto di un nostro "io" migliore? In che misura siamo anche parte della causa della Crisi? Lisbona è la città dell'Altrove ed il libro rispecchia questa dimensione di costante Alterità insita in questo luogo. Che cosa è una città? Cosa è che ci spinge a lasciare il luogo di origine per scelta ed andare in un luogo che promette instabilità ed infine innamorarci della città della Sospensione, che proprio come suo tessuto connettivo è costituita da infiniti punti C nell'intervallo tra i punti A e B, esattamente come il Paradosso di Zenone su Achille e la Tartaruga?
Come ci insegna da sempre l'Arte, il modo migliore per dire la verità su noi stessi e sulla nostra relazione con gli altri e la realtà, è forse quello di indossare una maschera, infatti non è certamente un caso che la stessa parola "maschera" nella sua etimologia di origine greca significhi proprio "persona". Il racconto gode di questa proficua fusione tra autobiografia e finzione tipica dell'autofinzione. Un'opera di autofinzione non fornisce al lettore la chiave per differenziare un'affermazione di realtà da una di finzione, ciò è sempre ambiguo e non possiamo mai decidere una volta per tutte, in che misura esiste una coesistenza tra la “finzionalizzazione della fattualità” e la “fattualizzazione della finzione».
È questo statuto poetico di ambiguità che porta a una riflessione sulla stessa ragion d'essere stessa del modo autofinzionale: la scoperta dell'impossibilità di conoscerci realmente attraverso la mera riproduzione autobiografica. L'indecisione aporetica che consiste nel "sono io e non sono io" tipica dell'autofinzione, indica un patto tra lo scrittore ed il lettore contraddistinto da una oscillazione costante e quasi sempre indistinguibile tra "semi-finzione" e "semi-autenticita". È proprio a causa di questa mescolanza indistinta di finzione e biografia che l'autofinzione riesce a superare le barriere dell'autocensura generate dal pudore fisiologico che si crea nello scritto autobiografico, sia su di noi e sia sugli altri rispetto a questioni delicate del nostro essere-qui-nel mondo come la famiglia, l'amore e la sessualità.
Portugal Casa Mar
A metà tra una prospettiva romantica e di goffa parodia, arrivare a Lisbona dal cuore del Mediterraneo, evoca naturalmente il Mito di Ulisse. Ma Ulisse è da prendere sul serio, il nucleo originario della città di Lisbona fu fondata proprio da Fenici arrivati dal mediterraneo orientale, che non sono altro degli "ulisse" senza nome della storia che hanno dato vita a quello celeberrimo del Mito. Soprattutto i Romani desiderarono fondare sul Mito di Ulisse la città portuale atlantica di Felicitas Iulia Olisipo, ossia la Lisbona romana. A riguardo Pessoa ha scritto una bellissima poesia che è in primo luogo una riflessione sulla natura stessa del mito in generale. Un po' come l'Ulisse di Dante nel canto 26° dell'Inferno, l'approdare a Lisbona arrivando da est, richiama tutto il fascino dei limiti invalicabili del Vecchio Mondo. La differenza sostanziale fra l'Ulisse omerico e quello dantesco sta nel desiderio illimitato di conoscere. Mentre Omero ci presenta un eroe “dal multiforme ingegno” che, pago di una vita avventure ed esperienze, ritorna ad Itaca e vi si ferma, Dante, invece, ci racconta di un Ulisse intrinsecamente inquieto, capace di lasciarsi tutto alle spalle, il proprio regno e gli affetti più cari, pur di seguire la sua sete infinita di conoscere e tentare di superare i limiti imposti dalla visione teo-geografica del suo tempo. Egli abbandona il mondo conosciuto per avventurarsi in un mare aperto, tutto da scoprire, mai visto prima da altri occhi umani, al di là delle Colonne d’Ercole, situate nello stretto di Gibilterra. Quando Ulisse si trova con la ciurma innanzi alle Colonne d’Ercole, con un grandioso discorso viscerale e altisonante ("fatti non foste a viver come bruti...") riesce a convincere i compagni (ormai tanto vicini da essere come "frati", fratelli, per lui): ad essi ricorda la brevità della vita ed il fine ultimo della loro origine umana, ossia la conoscenza a qualunque costo, contro ogni divieto divino, contro ogni tipo d’imposizione dogmatica. Ulisse ed i compagni vanno incontro alla loro tragedia, inghiottiti dal mare, puniti con la morte per la terribile violazione.
Ulisse per natura è un Ulisse mancato, che conosce la dolorosa aporia tra la mancanza di un senso delle cose, e l’estrema necessità di dare un senso alle cose stesse.
Ulisse per natura è un Ulisse mancato, che conosce la dolorosa aporia tra la mancanza di un senso delle cose, e l’estrema necessità di dare un senso alle cose stesse. Siamo tutti Ulisse mancati.
Siamo tutti Ulisse mancati.
TOMMASO LUNARDI